il Brancone


Nella Chiesa di santa Giuliana in Frasso si trova un Crocifisso a grandezza naturale, un tempo custodito nella Collegiata dal Corpo di Cristo, comunemente conosciuto come il “Crocifisso del Brancone”, dal nome dell’antico donatore, il Notaio frassese Marco Brancone (1620-1693ca).
Secondo il racconto popolare, raccolto dal Teologo Alfonso Maria Iannucci, il Notaio per compiere un voto e forse per espiare un delitto, avrebbe portato a spalla la menzionata immagine sacra da Venezia, dove sarebbe stata scolpita, fino a Frasso, ma in una descrizione ottocentesca della Chiesa Collegiata del Corpo di Cristo, custodita nell’Archivio parrocchiale di santa Giuliana, il Canonico Pietro Fusco, solitamente molto documentato, non dice nulla su tale provenienza da Venezia, affermando che il grande Crocifisso fu donato a detta Chiesa dal Notaio Marco Brancone il 23 gennaio 1670, che fu fatto a Napoli con l’assistenza di Padre Fra' Paolo di Frasso, figlio del Notaio, dell’Ordine degli Zoccolanti (francescani di stretta osservanza), e che il costo della scultura, compreso il trasporto dalla città partenopea a Frasso, fu di ducati 50.
Fino alla fine del secolo scorso, la devozione al Crocifisso non si è mai espressa attraverso Feste, né era legata a particolari ricorrenze, ma veniva portato in processione quando se ne ravvisava la necessità, anche con intervalli di anni  e talora di decenni.
Infatti, cacciare il Brancone era espressione del ricorso estremo della fede dei Frassesi a Colui che è segno supremo della misericordia di Dio, per ottenere con il perdono dei peccati, la liberazione da grandi calamità: siccità, pioggia eccessiva, epidemie (peste, colera…), … che in un contesto contadino e in tempi di ristrettezze erano foriere di fame, di sofferenze e di disperazione.
La processione, dal tono fortemente penitenziale,  si svolgeva in un clima di grande intensità spirituale, senza banda musicale e senza segni di festa: l’immagine sacra, portata a spalla, si muoveva tra la strade di Frasso accompagnata da una moltitudine di fedeli oranti o silenziosi, che imploravano il perdono dei peccati, causa del castigo divino, meditando la Passione del Signore e implorando: “Sono stati i miei peccati, Gesù mio, perdon pietà!”. Nei miei anni giovanili, ho partecipato un paio di volte a questa intensa tradizione religiosa frassese: sono rimasto sempre ammirato dalla fede della gente nell’efficacia di questo atto di intercessione e dalla incidenza formativa di questo momento di pietà popolare, che educava alla responsabilità personale e collettiva di fronte al male, alla fiducia nella provvidenza  ed alla serietà della vita.

​​​​​​​(Cfr.  V. Di Cerbo, Brancone Marco Notaio, in Dizionario biografico delle Terre dei Gambacorta, a cura di A. Gisondi, V. Di Cerbo, G. Aragosa, ed. Il Chiostro, Benevento 2006, pp. 26-27)