Il Palazzo del Principe

Si tratta di uno degli edifici più importanti del paese, per le dimensioni, il prestigio  e la storia che esso rappresenta.
Attualmente, dell’antica dimora dei Signori feudali di Frasso, non è più visibile la parte di proprietà dei Fratelli Amore, demolita nel 1964 e sostituita con un edificio moderno.
Come pure nulla resta della graziosa chiesa sita di fronte al palazzo, la Cappella del Principe (il “vetusto oratorio” menzionato nella lapide presente sul basamento della stele dell’Immacolata) che fu distrutta nel 1952-1953 per far posto alla cosiddetta Villetta. In essa vi era un quadro raffigurante il bambino  Antonio Pignatelli, che divenne Papa Innocenzo XII (1691-1700), probabilmente a ricordo di un suo passaggio per Frasso, essendo, come afferma il Teologo Iannucci “strettissimo parente di Giulia Gambacorta”, ma di tale  presenza nella nostra Terra non si conosce la data. Appare invece priva di fondamento la notizia riportata sempre dal Teologo Alfonso Maria Iannucci,  che il futuro Papa sarebbe addirittura nato a Frasso. Ma pare che il suo Casato abbia avuto rapporti con Frasso, dopo l’estinzione dei Gambacorta (1663), poiché nell’attuale Chiesa della Madonna di Campanile(1701), gli stemmi gentilizi che ornano la facciata  e l’arco trionfale interno, sono bipartiti: da una parte hanno le armi dei Gambacorta (leone e croce di Calatrava) e dall’altra le  pignatte che fanno pensare allo stemma dei Pignatelli. 

A che epoca risale il Palazzo del Principe? E’ da supporre che i Della Ratta di Caserta, antichi feudatari di Frasso avessero una residenza in paese. Certamente nel XVI secolo la ebbero i Gambacorta, che nel 1509 diventano Signori di Frasso a seguito del matrimonio di Francesco Gambacorta con Caterina Della Ratta. Tale notizia ci viene dalle carte del Processo presso l’Inquisizione napoletana, che nel 1569 subì il medico e filosofo frassese Giovanni Francesco Brancaleone. “Tra le altre sue proprietà in Frasso egli possedeva un fondo di più di 10 moggia, di cui uno destinato a vigneto ed all’interno dello stesso una civile casa di abitazione, il tutto sito proprio dirimpetto al palazzo del barone Fabrizio Gambacorta”. Ma in quell’epoca dove si trovava la dimora del feudatario di Frasso? Suppongo dove si trova ora il Palazzo del Principe, dacché la tradizione orale frassese non indica nessun’altro sito come dimora dei feudatari, all’infuori dell’attuale Piazza IV novembre. E’ da ritenersi pertanto che anche la dimora di Fabrizio Gambacorta si trovasse lì. Qui quasi certamente dimorava Scipione Gambacorta (principe di Frasso dal 1998 al 1654) nei soggiorni estivi, quando da Napoli, sua abituale residenza, si portava nel suo possedimento per riscuotere i diritti feudali e burgensatici, come attesa un grosso volume rilegato, da me consultato qualche anno fa, dell’Archivio parrocchiale di Santa Giuliana e che riporta le ricevute firmate dal principe. Di tale palazzo nulla si dice nel testamento di Giulia Gambacorta del 1655, né nel codicillo del 1663, dove si afferma, però, che Ella per seguire fedelmente la Regola di vita del Terz’Ordine francescano, cui apparteneva, scelse di abitare al pian terreno - e non nelle comode stanze superiori - di una modesta casa nella via detta “li Calvani”, separata dalla sorella Donna Maria, moglie di Scipione Gambacorta. Questa notizia ci informa indirettamente  che il Principe dimorasse in un altro palazzo, a differenza dell’abitazione di Giulia, più centrale e idoneo al rango principesco, come sarebbe potuto essere il palazzo dell’attuale Piazza IV novembre.
Estinti i Gambacorta di Frasso, il feudo passa al Demanio (Camera Regia) e viene di volta in volta dato in gestione a importanti famiglie del Regno: Orsino, Capano, Alvaro della Quadra, Schinosi… Non pare però che essi dimorassero nel palazzo, né che ne avessero particolare cura, atteso che un documento del 1724, nel quale il feudo di Frasso è minuziosamente descritto, prima della vendita a don Placido Dentice (1725), il palazzo viene definito “rovinoso”: “E seguitando l’altra strada che va all’intorno d[ett]a Terra vecchia si giunge alla Piazza grande d[ett]a La Teglia[attuale Piazza IV novembre n.d.r.] il di cui nome lo prende dall’albero grosso di teglia che ritruovasi in mezzo una loggetta seu sedile, et al coperto verso levante si trova una fontana d’acqua viva con suoi mascaroni in testa a tre cannoli con fonte seu doga avanti. In prospettiva d’essa Piazza s’innalza il Palazzo Baronale rovinoso
Nel 1730 Don Placido Dentice vende il feudo di Frasso al principe don Carlo III Spinelli di San Giorgio, che prende possesso di un palazzo, ridotto «ad un ammasso di pietre sotto cui si dava convegno una moltitudine di serpi». Egli provvide alla fabbrica di «un vasto e bello edificio con disegno del cavaliere[Luigi] Vanvitelli, per propria abitazione.
Così si legge in un libro di famiglia, manoscritto nel 1861, che prosegue: «E la costruzione dell’edificio era così ingegnosamente immaginata che poteasi in vettura accedere fin sopra il grande appartamento, e fabbricò accanto al Palazzo [per]sino un bel teatro per divertimento». Più di cento anni dopo, l’estensore di quel manoscritto ricordava ai posteri: “Dicesi ch’ei fosse sì magnifico, che ferrasse i cavalli in argento, ed infatti nella gran sala dell’appartamento vedevasi ai nostri giorni, quando il palazzo nella decadenza della famiglia passò in dominio altrui, il ritratto di esso Principe Carlo effigiato a cavallo, con i ferri d’argento sotto le unghie del cavallo .

Don Carlo Spinelli vi abita e vi muore nel 1742. Anche il figlio Luigi Specioso che gli succede e che coltiva intensi rapporti con il Vescovo di Sant’Agata de’Goti, S. Alfonso Maria de’ Liguori, e l’altro figlio Giancrisostomo, che subentra al fratello morto senza eredi, vi dimorano. A Frasso, infatti, nasce il figlio di Giancrisostomo, il famoso numismatico Domenico Spinelli, che rimane signore di Frasso fino al 1810, quando i Dentice, dopo una lunga controversia, ricomprano il Feudo di Frasso, ancora a loro intestato perché acquistato da Carlo Spinelli senza l’assenso regio. Ma il palazzo rimane di proprietà di don Domenico Spinelli, che  dopo pochi anni, lo vende al signor Specioso Izzo di Cautano che lo “comprò, arricchì ed abbellì nel 1833”, come si legge anche in un elegante lapide che sovrasta il portone del palazzo vicino al Monumento ai caduti, ponendo sull’altro portone di Via san Rocco il suo stemma gentilizio.  E’ da supporre che vi abitasse, perché muore a Frasso nel 1837, come riporta l’atto di Morte: “Li 9 luglio 1837 il Sig. D. Specioso Izzo, di anni quarantasette, marito della Sig.ra D. Concetta Piantatori Ippoliti, figlio delli q[uonda]m D. Antonino e D. Teresa Cerbo, è morto nel Signore nella propria casa, contrada Piazza, munito di Sacramenti, ed assistito dal Confessore nella sua agonia, quindi è stato seppellito nella sua Grazia sopra Prato” (ASG, Libro dei Defunti N. VIII – 2 agosto 1819/30 dicembre 1841 – p. 225, n. 46). Specioso Izzo non lascia eredi diretti, ma dall’albero genealogico degli Izzo di Cautano, ricostruito con acume e pazienza  certosina e gentilmente fornitoci dal Dott. Andrea Buono di Vitulano, risulta che avesse due fratelli (Giovanni Maria e Specioso Francesco Luigi) e 4 sorelle (Benedetta Agnese Andreana, Agnese Paola Diana, Chiara Maria e Marcella Carolina coniugata con Nicola Parricelli). Dopo la morte di Specioso il palazzo è ereditato dal fratello Giovanni Maria, che morendo lo lascia ai figli Carlo e Specioso. Quest’ultimo, che sposa la frassese Francesca De Simone fu Michele (sorella del padre dell’Ing. Michele De Simone) riunisce la proprietà, che passa al figlio Giovanni.
Tale proprietà confina con via s. Rocco, con la strada pubblica  e con la rotabile che mena a Dugenta  e con Formichella Edoardo (attuale  palazzo degli eredi del fu Angelo Izzo, Ninno ‘e Rocco). Il Cav. Giovanni Izzo, con rogito del Notaio Cav. Michele Abbate di Napoli del 19 agosto 1925, dopo lunga trattativa che inizia dopo la I guerra mondiale, vende tale proprietà e gli orti annessi, che vanno dalla fontana de’ Piccioli (Via Bocca) alle case di De Amicis e Morza (Via Pesche)al valloncello e alla strada nuova, appartenenti a lui ed alla madre, Francesca De Simone fu Michele, a: 1. Giovannina Iannotti fu Luigi, vedova di Vincenzo Calandra fu Sebastiano, in nome proprio e quale madre amministratrice dei minori Giulia e Vincenzo Calandra, fu Vincenzo, nata a Frasso Telesino ed ivi domiciliata;  e 2) Girolamo Mazzone, di Giuseppe, commerciante, nato a Roccabascerano, domiciliato in Frasso Telesino.  E’ presente all’Atto anche Vincenzo Iannotti, fu Luigi, commerciante, nato a Frasso Telesino, domiciliato negli Stati Uniti d’America e propriamente a Woterwus (New York) residente attualmente in Frasso Telesino”, il quale non interviene in qualità di acquirente, ma in quanto nel settembre 1920 ha prestato ad defunto cognato L. 39.000 per la caparra e concede ora alla sorella Giovannina un mutuo di L. 115.000, che sommate alle precedenti fanno 154.000, da restituire con interessi in 6 anni. Tale somma serve per le spese notarili e perl’acquisto dei 2/3 ca del Palazzo. L’altro terzo, comprendete “il quarto di casa con soprani e sottani con relativi suppenni confinante con la piazza, strada che mena a Dugenta, beni di Edoardo Formichella, cortile di sopra e casa di Francesca Micheletti e proprietà degli eredi di Alfonso Izzo e precisamente quella parte di proprietà attualmente tenuta in fitto da Giuseppina Sena e da Rocco Izzo, la casa ad uso di molino locata a Raffaele Marcarelli, le case fittate ad Agostino Amore, di cui, parte in possesso di esso acquirente, con la cantina ad esse sottoposta, nonché la stalla nel cortile di sopra attualmente in possesso del venditore Signor Izzo”, è venduto dal Cav. Giovanni Izzo al Signor Girolamo Mazzone per la somma di Lire 67.500.  Il sig. Giovanni Izzo vende ai predetti acquirenti  il Palazzo (e in parti uguali l’ampio giardino) “senza nulla ritenere… fuor che il piccolo stanzino accanto alla stalla, detto il pollaio nel cortile di sopra, che espressamente viene escluso”.
’intera proprietà viene venduta per 210.000 lire (67.500 Mazzone e 142.500 Giovannina Iannotti).

L’atto di vendita del 19 agosto 1925, getta un’ampia luce sulla storia del Palazzo dal 1833 al 1925, ma non completamente. Infatti, da questa vendita va certamente escluso il piccolo appartamento del cortile di sopra, attualmente proprietà delle eredi di Antonietta Norelli, vedova di Amedeo Salvione. Questa proprietà è venduta nel 1923 da Giovannina Izzo fu Francesco, possidente nata a Lagonegro (al di là del cognome, non è dato sapere nulla del rapporto di parentela con il cav. Giovanni Izzo), alla signora Maria Giuseppa Di Lorenzo di Giuseppe, nata e domiciliata in Frasso Telesino, maritata con Carlo Iannucci, che il 17 settembre 1940 la vende alla Signora Antonietta Norelli.
Non avendo potuto accedere ai documenti, rimane qualche dubbio sulla parte del palazzo acquistata negli anni ‘50 dai Fratelli Amore e nel 1964 demolita per far posto all’attuale moderno edificio incastrato tra le due ali dell’antico palazzo.
Dall’atto di vendita del 19 agosto 1925, sembrerebbe incluso nei 2/3 acquistati da Giovannina Iannotti, ma i Fratelli Amore la acquistano nel 1955 da Gemma Calandra, figlia di Antonio (un fratello del nonno del dott. Giosuè e del Preside Carmine), dopo un primo compromesso di vendita stipulato nel 1942 tra il marito di lei, il dott. De Angelis, nato a Limosano e residente a Caserta, da una parte, e Vincenzo Della Selva e i Fratelli Amore dall’altra, oggetto di lunga controversia.
Come questa proprietà sia arrivata ad Antonio Calandra e successivamente alla figlia Gemma non ci è chiaro: si tratta di una quota che non apparteneva al Cav. Giovanni Izzo, ma a qualche suo congiunto, che l’ha venduta ad Antonio Calandra? Questi, che già l’aveva in fitto, l’ha acquistata in un secondo momento da Giovannina Iannotti?  Non sappiamo.
Attualmente, la parte acquistata nel 1925 da Girolamo Mazzone è passata ai figli e ai nipoti che in parte la posseggono tuttora e in parte l’hanno venduta ad Antimo Cantone, al dott. Giuseppe Izzo e al compianto Mario Malgieri.
A diversi altri passaggi di proprietà invece viene sottoposta la parte acquistata nel 1925 da Giovannina Iannotti (‘a Cafettera perché gestiva il BAR che fa angolo con Via S. Rocco), ed i figli Giulia e Vincenzo Calandra, che il 26 dicembre 1937 si dividono la proprietà.
Giulia Calandra, maritata Gianoglio, che possiede la parte che costeggia Via San Rocco, il 22 maggio 1951 con rogito del Notaio Luigi Vigliotti di sant’Agata dei Goti, per L. 150.000, vende la proprietà a Malgieri Nicola; mentre Vincenzo vende la sua quota (la sezione tra il BAR e l’attuale proprietà Amore) allo zio Capitano Antonio Iannotti e alla moglie Teresa con rogito del Notaio A. Iadevaia di Caserta, del 1 giugno 1939.
La proprietà di Nicola Malgieri è stata ereditata dai figli, mentre quella del Capitano Iannotti e della Moglie (I piano) è passata al nipote del capitano Gaetano Iannotti ed al fratello della moglie Sig. Enrico Renzi, che l’hanno venduta ad Egidio Ciervo. Altre proprietà del Palazzo appartenute al solo Capitano Iannotti, in parte sono ancora proprietà degli eredi di Gaeatano Iannotti (II piano) e in parte (antica cappella degli Spinelli e pertinenze) sono state da questi vendute ai figli di Nicola Malgieri (Giovanni e Sorelle).  
Questa è la storia del Palazzo, che abbiamo cercato di ricostruire inevitabilmente con molte imprecisioni, e che il cronista di casa Spinelli di due secoli fa descrive con tanta enfasi. Passaggi di proprietà e manomissioni non sempre felici, che ne hanno fatto l’emblema degli scempi perpetrati dopo il 1950 in tutto il paese,  l’hanno privato della bellezza ed armonia che gli avevano impresso Luigi Vanvitelli  nel Settecento e Specioso Izzo nel 1833, elementi ancora in parte visibili a me bambino ed a quanti negli anni 50 frequentavamo la sala cinematografica avviata dal Sig. Vincenzo Della Selva nell’ala del palazzo poi demolita.  Anche se il cortile superiore del Palazzo oggi e segnato da un deplorevole degrado, rimangono ancora tracce dell’antica bellezza. Si spera che i proprietari e le Autorità si impegnino a conservarle e a curare con intelligenza e passione questo edificio che, nonostante tutto, rimane una delle  più importanti e belle testimonianze della storia di Frasso e che potrebbe diventare, com’è avvenuto altrove, un luogo significativo di vita e di cultura.

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