La Chiesa di santa Giuliana

L’attuale chiesa parrocchiale di santa Giuliana è stata consacrata il 28 giugno 1968, da S.E. Mons. Ilario Roatta, vescovo di sant’Agata de’Goti, mentre era parroco Mons. Pasquale Della Peruta, cui va attribuito il grande merito della nuova costruzione, realizzata circa 10 anni dopo la demolizione della precedente Chiesa parrocchiale. I Frassesi (ad  eccezione di rarissime e inascoltate voci contrarie di uomini di cultura) avevano vissuto con indifferenza  la distruzione dell’antica chiesa, avvenuta alla fine degli anni ’50, sotto l’episcopato di S.E. Mons. Costantino Caminada, mentre erano Sindaco di Frasso il Cav. Sebastiano Giaquinto e Parroco di Santa Giuliana don Alfredo D’Addio.
L’edificio demolito, di origine cinquecentesca, aveva subito diversi restauri, tra cui il significativo rifacimento ed ampliamento, avvenuto negli anni 1741-1752 ad opera del parroco don Francesco De Filippo e costato 2000 ducati e quello, promosso negli anni 1940-1945 (ed in quelli successivi), dall’Arciprete D’Addio, che divenuto parroco nel 1937, dopo don Onofrio Narducci (1917-1937), trovò la chiesa parrocchiale in condizioni disastrose. Mi raccontava che c’erano persino ragnatele nel tabernacolo. In tale restauro furono eliminate molte testimonianze del settecento perché rovinate ed irrecuperabili, tra cui alcuni altari e due statue allegoriche che si trovavano sul primo arco  dell’abside, come pure furono  arretrati l’altare maggiore e la balaustra.  
Oggi pochi ricordano quell’antico edificio, che custodiva le memorie religiose e familiari (oltre ai resti mortali) di intere generazioni di frassesi e nella quale anche chi scrive ricevette, il 3 maggio 1953, la Prima Comunione, dall’Arcivescovo di Benevento, Mons. Agostino Mancinelli, allora Amministratore Apostolico della nostra Diocesi.
Nello stendere questa descrizione mi sono rifatto a ricordi personali, integrati da quelli degli amici Antonio Iannucci, residente ad Alessandria, del Maestro Andrea Della Selva, e da alcune notizie e foto fornitemi dal dott. Enrico Spagnolo, ed ho tenuto presente una relazione dell’Arciprete don Francesco De Filippo, del 1763, custodita nell’Archivio parrocchiale, che così inizia la descrizione dell’edificio sacro: “La Chiesa Matrice di santa Giuliana è situata in un sito alto, nel quale dalla pubblica strada, detto Piano dei Santi… si saglie per 15 gradini di pietra viva, in un atrio scoperto… [dal quale]si dà l’ingresso nella Chiesa arcipretale, mediante due porte, situate a settentrione, una grande alla nave di mezzo, ed un’altra piccola“, alla quale si accedeva alla navata di destra. Non esisteva invece la porta che immetteva nella navata di sinistra, davanti alla quale c’era il Campanile. Nella parte alta della facciata, in corrispondenza della porta centrale, c’era un ampio finestrone  che illuminava la chiesa, che risultava nel complesso un ambiente molto luminoso. All’inizio della scalinata, in via san Rocco, si trovavano i due colonnotti di pietra, tuttora presenti davanti alla nuova chiesa, che portano incisi uno stemma gentilizio e la data 1728.
La chiesa antica era, come si è detto a tre navate, divise da otto pilastri, quattro a destra e quattro a sinistra. Entrando dalla porta centrale, sui due primi pilastri della Chiesa, a destra e a sinistra, erano appoggiate, due acquasantiere in marmo, a forma di conchiglia, su fondo marmoreo policromo.  Al quarto pilastro di sinistra, era appoggiato il pulpito con un confessionale (un altro confessionale si trovava nella navata destra, tra l’altare dell’Assunta e la nicchia della Madonna della Grazie). La parte terminale della navata centrale che introduceva al presbiterio aveva una copertura a vela ed era delimitata da due archi trionfali, che come risulta dalle foto, furono modificati tra il 1948 e il 1951. Sul primo in origine c’era, al centro su uno sfondo con stucchi, un cartiglio con la dedica della chiesa a Santa Giuliana ed ai lati due statue allegoriche in gesso. Questo primo arco successivamente fu modificato così: furono tolte le due statue perché pericolanti, fu lasciato il cartiglio con la scritta in latino DIVAE IULIANAE EX NICOMEDIA INCLITAE PATRONAE DICATUM. “[Tempio] dedicato a santa Giuliana di Nicomedia, inclita patrona” e sulla parte superiore, al posto dei dipinti e degli stucchi, fu posta la scritta GESU’ TI AMO VENGA IL TUO REGNO. Anche l’arco più prossimo al presbiterio fu in misura minore modificato. Nel 1951 erano stati eliminati alcuni stucchi, ed era stato lasciato un cartiglio con la scritta: VENITE A ME TUTTI   Dei nove altari descritti dal De Filippo, solo alcuni erano rimasti e se ne erano aggiunti alcuni nuovi. Complessivamente, alla fine degli anni cinquanta, nell’antica chiesa di santa Giuliana c’erano, oltre all’Altare maggiore,  sei altari laterali.

Entrando in Chiesa dalla porta piccola, si incontrava sul lato destro la cappella di san Rocco, con un altare in legno dorato con colonnine tortili, sul quale era collocata la statua del Santo, pare realizzata in Francia (che fine ha fatto?) con a destra la nicchia con la di Santa Lucia a mezzo busto  e a sinistra una vetrinetta con reliquie dei santi. C’era, subito dopo, la cappella dell’Immacolata, con l’altare in marmo, di costruzione recente, dono di Donna Peppa Mosiello, matrigna del Podestà Cosimo Mosiello, sul quale si trovava la statua della Madonna Immacolata, ora nella nuova Chiesa. Nella stessa cappella c’erano, inoltre due statue a mezzo busto di S. Gioacchino e Sant’Anna, genitori della Madonna. Proseguendo, sulla parete si apriva una nicchia con la statua della Madonna delle Grazie (precedentemente si trovava nella cappella della Congrega su un altare di legno dorato con colonnine tortili, ma fu trasferita in chiesa per proteggerla dalla tarme che avevano rovinato l’altare).  In fondo alla navata, si trovava l’altare, in marmo e di bella fattura, già esistente nella chiesa settecentesca descritta dal De Filippo, dedicato alla Vergine Santissima Assunta in Cielo, giuspatronato della famiglia Picone (come recitava la lapide di marmo posta sulla parete destra), sul quale era collocata una bella pala dell’incoronazione della Vergine, attribuito a Luca Giordano. Fino a poco tempo fa tale opera era visibile nella nuova Chiesa, ma poi è stata messa a deposito, perché rovinata.
In fondo alla navata centrale c’era l’altare Maggiore, andato distrutto con la demolizione della Chiesa, che era di marmo policromo, al quale si accedeva attraverso tre gradini. Il presbiterio era chiuso da una balaustra in marmo lavorato e cancelletto di ferro battuto, preceduta da tre gradoni. L’altare non aveva il coro ed era leggermente staccato dalla parete, sulla quale, in apposita nicchia, c’era la statua del Sacro Cuore, fatta lì collocare dall’Arciprete D’Addio, zelante promotore della devozione dei Nove Primi Venerdì del mese. Nel settecento, invece, tale altare era dedicato “alla Vergine Santissima degli Angioli, che è una statua antica”, come ricorda il De Filippo. Sulla parete sinistra dell’altare, c’era la custodia con stemma e la scritta “Olea sancta” (tuttora visibile nella nuova Chiesa, nella stanza dove viene allestito il presepe), a destra, c’era un grande finestrone rotondo che illuminava il presbiterio, e sulla volta una tela con cornice di stucco, raffigurante Gesù nell’orto del Getsemani, opera del pittore De Simone, di Caserta.
Scendendo i gradini del presbiterio dell’Altare Maggiore, a destra si trovava la porta alla quale si accedeva alla grande sagrestia, realizzata dal De Filippo, che così la descrive: “Quella dell’antica chiesa era modestissima, ma allora quando si restaurò la Chiesa per allargare il presbiterio si dovette prendere porzione della sagrestia, per il qual motivo restò questa di dieci palmi, ed essendo pur troppo angusta e deforme, si pensò dall’odierno Arciprete di fabbricarsene una magnifica, tanto più che nell’occorrenza di Congregazioni di Clero non vi era dove questo radunarsi…(per tale motivo, riferisce di aver preso soldi in prestito. Ndr)).  E’ la Sagrestia situata in alto, sul motivo che passando di sotto di un lato di essa acqua che cala dalla Montagna in tempo d’inverno. E di pioggia si dovette penzare allo sgorgo di essa, e perciò dal Presbiterio si saglie alla Sagrestia per una grada di pietre vive scalpellate di grada. La Sagrestia è grande palmi 20 e lunga 40 alta 25  e per comodo de’ preti vecchi e delle Congregazioni si fece costruire nel fondo di essa un altare di stucco che provveduto di quadro del glorioso S. Andrea Avellino e d’ogni altro ornamento colle debite licenze fu benedetto (ma di questo altare negli anni ’50 non esisteva più traccia)”. In sagrestia c’era (appoggiato alla parete di fondo, dietro cui era stata recentemente ricavata una dispensa) un armadio di noce per conservare le suppellettili e gli arredi sacri, sul quale negli anni ’50 erano sistemate le statue di san Luigi Gonzaga e di San Stanislao Kotstka. Al centro della sagrestia c’era un grande tavolo, mentre a metà della parete sinistra, c’era una grande panca, e su quella destra, sempre al centro, un inginocchiatoio davanti ad un bel crocifisso d’argento (dove i sacerdoti pregavano prima e dopo la celebrazione della Messa). Dalla sagrestia, tramite una scala in muratura, a due rampe, si accedeva a due piccole stanze, una della quali, insieme al bagno, ricavate dall’Arciprete d’Addio sul tetto della navata di sinistra della chiesa, per abitarvi. A destra e a sinistra dell’armadio per gli arredi sacri c’erano, rispettivamente, una porta per accedere alla dispensa e un’altra che immetteva in un giardino dal quale si accedeva alla cappella di san Giuseppe.

Tornando alla descrizione della Chiesa, troviamo in cima alla navata sinistra la cappella di Santa Giuliana con l’altare di marmo e la statua della Patrona, ora nella nuova Chiesa, su un altare proveniente dalla  vecchia chiesa. Quello dell’antico edificio era un “altare privilegiato”, che aveva sul tabernacolo anche un “tronetto” di marmo per l’esposizione del SS.mo Sacramento. Al tempo del De Filippo pare che la statua della Santa fosse a mezzo busto. La bella statua che è possibile tuttora ammirare nella nuova Chiesa, invece, è stata realizzata nel corso del 1700. Per evitare i danni provocati dalle frequenti esondazioni e della conseguente umidità dovuta al contatto con il terreno, negli anni ’40 fu costruita lungo tutta la navata sinistra una intercapedine e fu necessario intervenire sul muro della chiesa, con l’abbattimento di tutti gli altari in muratura esistenti. Perciò negli anni cinquanta su tale navata furono realizzati, l’altare in marmo della Madonna di Pompei (con un quadro molto particolare) e, infine, in corrispondenza di quello dell’Immacolata, quello, anche in marmo,  dell’Addolorata  con – in apposita teca sotto la mensa – la statua del Cristo morto (opera recente in gesso, di modesta fattura), ancora presenti nella nuova Chiesa. Proseguendo, in corrispondenza dell’altare di san Rocco, l’arciprete D’Addio aveva fatto collocare il battistero di pietra. In fondo alla navata, si trovavano, a sinistra, una porticina, dalla quale si saliva sulla cantoria, dove altra all’armonium, c’era il Crocifisso, attualmente nella sagrestia della nuova chiesa, con a destra e a sinistra due scritte in latino: “Adoramus Te Christe et benedicimus Tibi” e “Quia per Sanctam Crucem Tuam Redemisti Mundum”) e sul campanile, e, a destra, preceduta da tre gradini, un’ampia una vetrata a porte scorrevoli con vetri opachi, dalla quale si accedeva  in un ambiente dove si trovavano, a destra, una duplice rampa di scale: attraverso quella più piccola e vicina alla vetrata, di appena tre scalini, si scendeva in un corridoio che immetteva in uno stanzone-deposito, sotto la Cappella di san Giuseppe, e attraverso la seconda, più ampia e di otto gradini, si saliva in detta cappella, lunga una decina di metri, che in antico era la sede della Confraternita del SS.mo Sacramento e di San Giuseppe, fondata nel 1758 dall’Arciprete De Filippo con il compito di “intervenire in tutte le processioni della Chiesa Arcipretale” e di accompagnare i Sacerdoti che portavano la comunione agli infermi. Tale Oratorio era stato  costruito a proprie spese dai Confratelli su di un terreno concesso dall’Arciprete De Filippo. Alla fine degli anni ’50, era ormai uno stanzone vuoto adibito ad incontri ed attività dell’Azione cattolica. Aveva in fondo un altare in marmo e muratura, sul quale c’era una statua del santo Patriarca a mezzo busto. All’altezza dell’altare, sulla destra c’era una porticina che immetteva in un piccolo orticello, attraversando il quale si andava, come abbiamo detto, nella grande sagrestia della chiesa.   Tornando all’ambiente dopo la vetrata, a sinistra c’era un ripiano sul quale era sistemato, fino al 1940, il Fonte battesimale, spostato poi dall’arciprete D’Addio nella Chiesa, e di fronte alla menzionata vetrata una porticina preceduta da tre scalini, attraverso la quale si scendeva nella Cappella della Madonna delle Grazie, con facciata esterna (a sinistra del campanile), sulla quale si trovavano, ornati di stucchi, al centro, una finestra rotonda, un’edicola con l’immagine della Madonna e una lapide (attualmente nel giardino del Sig. Attilio Stabile, in Via Arbusti) con la scritta in latino, che qui riportiamo in nostra traduzione: “LA PIA DEVOZIONE CHE MOSTRO’ IL FARMACISTA GIOVANNI CANELLI CON LA COSTRUZIONE DI UN PICCOLO ORATORIO IN ONORE DELLA REGINA DELLE GRAZIE NELL’ANNO 1531, AL MEDESIMO RIFUGIO DEI PECCATORI E SANTO DEI SANTI MANIFESTO’ IL NIPOTE SIG. VESPASIANO CHE NEL 1617 QUEL MEDESIMO [ORATORIO] A PROPIRE SPESE RADICALMENTE AMPLIATO, ORNATO E DOTATO AFFIDO’ CONFERENDONE IL POSSESSO PERPETUO DI TUTTI I DIRITTI, AI CONFRATELLI CELLA CONGREGA DELLA TERRA DI FRASSO PERCHE’ CON ANIMO SEMPRE GRATO E MEMORE LO CUSTODISSERO AL SERVIZIO DI MARIA ”. Nella Chiesetta vi era un altare di legno dorato, di bella fattura, ma rovinato dalla tarme, con una nicchia che prima custodiva la bella statua lignea (ancora presente nelle nuova chiesa di santa Giuliana) della Vergine delle Grazie, con Bambino, poi trasferita in Chiesa. Negli anni ’50, tale ambiente veniva usato come aula di catechismo.
L’antica Chiesa di santa Giuliana era provvista di un Campanile, già esistente al tempo del De Filippo, che così lo descrive: “Il campanile è di buona struttura, ma non terminato, mangandovi un registro e il cupolino (la classica cuspide a cipolla, presente nelle chiese della zona), vi sono due campane (prima della demolizione ve n’erano tre)”, tra cui il “campanone”, che scandiva il tempo della Comunità e i momenti lieti e tristi, e che si ruppe il 19 novembre 1961, proprio il giorno in cui l’Arciprete D’Addio lasciò Frasso. Sul campanile era collocato, sotto la cella campanaria, un grande orologio. Il vecchio campanile non fu mai completato e nella nuova chiesa non fu previsto.  Alla fine del secolo scorso, il nostro giornale più volte ha lanciato l’idea di realizzarlo, tra l’indifferenza dei parroci e di gran parte dei parrocchiani.

​​​​​​​Mancando il cimitero, come in tutte le chiese del tempo, sotto il pavimento vi erano diverse sepolture (alle quali in antico si accedeva dalle botole della chiesa e da due porte presenti nei locali - poi adibiti a Salone di Giuliano Iannucci e a Macelleria di Angelo Izzo - usate in antico dai monatti per sistemare le salme), che emersero nella distruzione della chiesa, quando le ossa dei defunti furono fatte oggetto di profanazione e di scempio e solo più tardi furono portate in parte nell’ossario del cimitero comunale.

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